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I patroni della "Santa Chiesa Avellinese": la storia e la tradizione.
Don Sergio Melillo
 
Il ricordare è costitutivo dell’uomo. Il fare memoria è indispensabile per progettare il futuro. Spesso la memoria è come imprigionata nel presente, smarrita lungo il tragitto in mille rivoli. Si rinvia, inconsapevolmente, ogni decisione ulteriore al domani. Questa appare la condizione della nostra generazione sempre più immersa in un totalizzante presente. In questa prospettiva va compreso il sentire religioso della tradizione cristiana di Avellino. Nel consultare le poche e disordinata carte dell’archivio della Cattedrale, dopo i tanti tragici eventi della storia, da una pergamena del 1308, emergono i personaggi, i luoghi della vita e della fede di un tempo lontano ma verso il quale va il nostro sguardo per raccogliere, forse, qualche utile indicazione per l’oggi. Il comporsi faticoso della città intorno ad alcuni testimoni della fede fa trasparire le attese, le speranze e i progetti di pacificazione. Risulta da questo documento che il vescovo Francesco, in quell’anno inviava ad Avignone una delegazione guidata dal cerusico Giovanni Cantalupo, ottenendo il riconoscimento pontificio per il culto di san Modestino con un “breve” del papa Clemente V che concedeva cento giorni d’indulgenza a quanti: “in nativitatis et cenae ressurrectionis D.N.J.C. ac singulis beatae M.V. matris eius nec non apostolorum et martiris praedictorum festivitatibus ecclesiam devote visitaverint annuatim”.
 A questo punto è opportuno ricordare che la storia della “Santa Chiesa Avellinese” ha avuto inizio da un gruppo di credenti sparsi nel municipium o colonia di Abellinum frutto della predicazione apostolica sull’asse delle strade consolari, la vera “rete” della diffusione del Vangelo. La vitalità e la nascita della Chiesa Avellinese è testimoniata dai fedeli martirizzati probabilmente durante la persecuzione di Diocleziano. Verso la fine del V secolo l’Abellinum cristiana (presso Atripalda) per la profonda crisi economica e la conseguente fine dei commerci, si spopola anche per la peste e la guerra gotico-bizantina. Più tardi il territorio avellinese conquistato dai Longobardi veniva annesso al ducato di Benevento. Dal VII-VIII secolo gli abitanti della nuova città si radicarono sulla collina de “la Terra”. La città longobarda era racchiusa fra le mura, quasi un castello, con uno sviluppo urbanistico concentrico intorno alla prima chiesa di S. Maria. Il circondario di Avellino venne a ricadere nella giurisdizione dell’arcivescovo di Benevento fino all’anno 969. Successivamente la gerarchia ecclesiale si ricompose con l’elezione del vescovo e l’edificazione della “fabrica noba” della Cattedrale. I lavori richiesero circa vent’anni e la Chiesa venne aperta al culto dal vescovo Guglielmo nel 1166. Sulla facciata della Cattedrale si può ancora leggere quanto era inciso nella pietra dell’edificio romanico: “Voi che entrate attraverso questa porta per piangere i vostri peccati, dovete passare per me ( dice Cristo) poiché io sono la porta della vita. Guglielmo, divenuto vescovo, ha ampliato questa porta per dare a tutti la possibilità di entrarvi per espiare i propri peccati. Il lavoro è stato eseguito nell’anno 1167 dall’incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo nel qual ricadeva la XV indizione.”
Il vescovo Guglielmo nell’instancabile ricerca di materiale da riutilizzare per la costruzione della Cattedrale nello scavo di una antica colonna rinvenne “per celeste ispirazione” le spoglie di S. Modestino e dei compagni martiri. La cronaca riporta che Il vescovo il 10 giugno di quell’anno accompagnato dall’arcidiacono Bernardo, dall’arciprete Guglielmo, dal primicerio Alferio, maggiori dignità del Capitolo dei canonici e da alcuni “boni homines”, “rinveniva” nel “loco Urbinianum”, nei pressi del pretorio di Mercogliano, le reliquie dei Santi Modestino, Flaviano e Fiorentino collocandole nella cripta della Cattedrale. Narra frà Scipione Bellabbona che, “a schiere vedevansi le persone uscite incontro alli corpi de’ Santi Martiri. Li fanciulli svellendo li rami dall’alberi adornavano le strade , et ogni canto era ripieno di soavissimi odori… a gara sforzavasi ciascuno di dar lode a Dio e a fare onore ai santi martiri”. Il vescovo Ruggiero contribuiva ad accrescere la venerazione per il Santo Vescovo Modestino compilando una “leggenda” che rimane la fonte agiografica più antica. Racconta che S. Modestino dopo essere stato arrestato e liberato dal carcere nella lontana Antiochia per intervento divino giunse insieme ai due compagni il presbitero Fiorentino ed il diacono Flaviano a Locri in Calabria dove fu di nuovo incarcerato. Dopo essere stato liberato miracolosamente sbarcato a Pozzuoli, raggiunse la Campania Felix e guidato dall’arcangelo Michele arrivò nel territorio avellinese dove esercitò il suo ministero di evangelizzatore. Tutti e tre i Martiri conclusero la loro giornata terrena nella località Pretorio di Mercogliano il 14 febbraio del 311. Queste scarne notizie ricalcano quanto la tradizione ci ha trasmesso sul nostro Patrono che si vuole sia stato vescovo della nostra Diocesi ed edificatore della comunità ecclesiale. Nel passato in Duomo ogni anno, il 10 giugno, veniva celebrato il sinodo diocesano e in città si svolgeva una grande fiera. Alla vigilia della festa si rievocava la traslazione delle reliquie del Patrono con una solenne processione fino alla Chiesa di S. Carlo al Largo ( sull’area dell’attuale palazzo Sarchiola all’inizio del corso), con i busti dei Santi Modestino, Fiorentino, Flaviano, Gennaro, Lorenzo, Anna, Biagio, Carlo Borromeo, Filippo Neri, Gaetano da Thiene, Andrea Avellino e Apollonia. Conclusa la veglia notturna nella stessa Chiesa, rallegrata da luminarie e fuochi artificiali la statua veniva riportata in Cattedrale nella cappella di patronato della municipalità adornata di fiori, di luci. Accompagnavano il corteo gli archibugieri, le dodici confraternite religiose con le variopinte mozzette e le sette comunità monastiche: Conventuali, Cappuccini, Domenicani, Camaldolesi, Fatebenefratelli, Verginiani ed Agostiniani. Ai busti reliquiari oltre al busto argenteo di S. Modestino sorretto dalle prime quattro dignità capitolari arcidiacono, arciprete, primicerio maggiore e minore, facevano corona il vescovo, scortato dai suoi cursori, il governatore, il sindaco e gli eletti fiancheggiati dai mazzieri. Era un tripudio di festa e di colori al centro della vita cittadina era posta l’icona del Santo Martire che riannodava il presente al passato.
Pubblicato sul "Corriere dell'Irpinia" del 14 febbraio 2003

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